Castel San Giovanni

San Giovanni della Botonta (la denominazione scomparsa nella memoria orale risale alle cronache e alle riformanze
del comune di Trevi) sorse sotto la giurisdizione del comune di Trevi, nel cui territorio rientrava, facendo
parte del terziere del piano o delle porcarie assieme a S.Lorenzo Picciche e Cannaiola, presumibilmente tra il
1353 e il 1358 come bastia munita di fossato, terrapieno e palizzate a difesa delle abitazioni dalle scorrerie
delle soldataglie di Fra Moriale, il condottiero non più al servizio del cardinale Egidio Albornoz, l'ordinatore
degli stati della chiesa, contro cui era ormai un aperta rivalsa.
Il castello viene edificato in varie riprese, con quattro torrioni d'angolo collegati da possenti muraglie di cui
non c'è uguale nel piano spoletino, ad iniziare dai primissimi anni del 1400 e nel terzo decennio del secolo
consistenti si fanno malumori, subbugli e ribellioni anche dietro istigazione degli spoletini e varie bolle di
Martino V definiscono prima il confine parrocchiale e la piena indipendenza fino al 1432 anno della promulgazione
degli statuti comunali.
Le manovre avvengono all'ombra della potenza spoletina cui gli abitanti di C:S:Giovanni giurano di offrire il
palio per la festa di S.Maria di mezzo agosto. Trevi non si rassegna e non perde occasione per chiedere aiuto a
papi e a vicini potenti per ottenere la restituzione dell'importante territorio: l'opportunità si offre quando il
saccheggio tremendo del 1474 cui fu sottoposta la città di Spoleto, ne offusca la potenza e ne mina le pretese
espansiviste. Alle devastazioni di Spoleto partecipano diversi collegati tra cui perugini, spellani e folignati,
montefalchesi, bevanati e assisani -prendono parte alle rappresaglie anche trevani seppure in un ruolo
secondario, temendo ripercussioni una volta cessate le ostilità- sotto il patrocinio di Giuliano della Rovere
(il futuro Giulio II) e condotti da Giulio Cesare Varano da Camerino e da braccio Malatesta Baglioni signore di
Spello.
Trevi si ostina a chiedere il ricongiungimento di C.S.Giovanni con incessanti trattative e numerose ambasciate al
cardinale fino a quando Sisto IV con bolla lo sanziona il giorno di S.Lorenzo, 10 agosto 1474.
Allentata la morsa dei nemici, Spoleto si riprende e, complici gli abitanti del castello e Bernardino Manenteschi
che consegna la torre nella quale erano riposte le munizioni e le armi della difesa, il 7 giugno 1502 ritorna in
possesso del castello distruggendo lo stemma e gettando nel fossato la statua di S.Emiliano.
Per il possesso definitivo di questa terra fertile, ben coltivata e lungamente contesa, a confine tra i territori
delle due importanti città (come sembrerebbe alludere lo stesso toponimo "botonta" ), scaramucce e rappresaglie
si alternano a vere battaglie come quella dell'assedio durato 13 giorni guidato dal famoso Saccoccio Cecili il 1
Settembre 1503: "eodem Saccoccio ducente Castrum SanctiJohanni possessum... spoletini non parva obsidione
recuperaverunt".
Cronisti dell'epoca si diffondono nei particolari: sono uccisi il commissario pontificio Attilio da Soriano e due
suoi concittadini, 14 uomini di Foligno, quattro di Bevagna, il conestabile, due uomini di S.Giovanni, senza
tralasciare le devastazioni dei paesi vicinicon distruzione di case e taglio di viti e olmi.
Accertate le rivalse di Spoleto e il modo sanguinario con cui Trevi era stato privato del castello, Giulio II
glielo riconsegna nel 1504 ed allora gli spoletini di nuovo provocano stragi, saccheggiano e rovinano il molino
presso il Tatarena, con una scorreria rubano 33 animali tra vacche, cavalli e somari.
Ricomposte le vertenze e placati i rancori, si perviene alla pace che consente la costruzione del ponte (1508),
ma sopraggiunta la scomparsa del Papa (1513), Spoleto tenta la riconquista del castello e prendendo a pretesto
dispute di confine, allestisce un esercito di oltre 7000 tra fanti e armati a cavallo che incendia e demolisce
case, devasta campi recidendo viti e olivi, provoca oltraggi e morte: documenti dell'archivio antico di Trevi
includono nell'elenco dei villaggi assaliti e taglieggiati Borgo Trevi, Collecchio, Matigge, Parrano, Santa Maria
in Valle, Manciano, Coste, Fratta, Picciche.
Le ostilità tra Spoleto e Trevi per il possesso di C.S.Giovanni continuano da entrambe le parti: i trevani recano
danni nel territorio spoletino ai confini di San Brizio, a loro volta gli Spoletini tagliano a migliaia viti e
piantani e rompono gli argini del Marroggia nei paraggi di Pissignano. Nel 1516 un uomo di S.Giovanni è impiccato
nella piazza di Trevi, trucidati due giovani di Campello, decapitato un abitante di Bazzano; a loro volta gli
spoletini provocano morti nel Borgo di Trevi.
Il popolo di S.Giovanni vuole intanto rifortificare il castello e costruire un nuovo torrione.
Continue, ulteriori devastazioni che alimentano l' odio di trevani e spoletini muovono finalmente il papa e
Silvio Passerini da Cortona si fa garante delle trattative per il controverso possesso di C.S.Giovanni che viene
tenuto sequestrato sotto pena di 10.000 ducati e che Leone X concede a Spoleto con motu proprio il 1520 dietro
pagamento di 3700 ducati.
La comunita di Trevi tenta ancora il recupero del castello e per questo rivolge varie suppliche al nuovo
pontefice Clemente VII affinché annulli la decisione del predecessore e soprattutto pone tra gli uomini della sua
amministrazione due rappresentanti di S.Giovanni, convenendo le balie di Picciche e di S.Luca di avere ciascuna
un consigliere di meno, come era avvenuto dal 1474, consuetudine rispettata addirittura fino al 1704.
La vita del piccolo comune rurale di C.S.Giovanni continua operosa all'ombra e nell'ambito della giurisdizione di
Spoleto fino al 1875 quando un regio decreto ne fissa la soppressione e l'aggregazione al comune di Castel
Ritaldi già ingrandito di Colle del Marchese: così la denominazione "Comune di Castel Ritaldi e S.Giovanni"
designa l'ampliato territorio comunale fino al 1927 e il cavaliere spoletino, che campeggia nitido nel
sovrapporta del castello di S.Giovanni e sostituisce nel gonfalone comunale il leone d'epoca pontificia, segna
una continuità di prestigio e di potere che di tanto in tanto riecheggiano nelle evocazioni quasi orgogliose di
qualche abitante di C.S.Giovanni.
"costa più che San Giovanni a Trevi"
Lo sapevate che a Castel San Giovanni c'è una pala d'altare dipinta da un famoso pittore del '600 ?
Noo? Ebbene, per consolarvi sappiate che anche quasi tutti noi, che in questo paese siamo nati e viviamo, neppure
lo sapevamo: nonostante il fatto che circa dieci anni fa, il dipinto sia stato attribuito dal prof. Bruno Toscano
ad un famoso pittore del 600': Giuseppe Ghezzi che, da comunanza (Ancona) dove era nato si trasferì a Roma
ottenendo un gran successo presso le famiglie nobili e potenti dell' epoca e presso la corte papale.
A suo figlio Pier Leone, fra i massimi pittori dell'epoca è stata dedicata una mostra nel Palazzo Barberini,
presso la Galleria Nazionale d'Arte Antica.
Il dipinto rappresenta una natività che colpisce per la vivacità ed il contrasto dei colori bianco rosso e nero,
oltre che per l'evidente ispirazione post-raffaellesca. A richiesta il dipinto può essere visto presso la chiesa
parrocchiale.
All' inizio del 1400 gli abitanti della comunità della Bastia di S.Giovanni appartenente al contado del comune
di Trevi, iniziarono una serie di opposizioni e rivolte durate decenni e sfociate in una ribellione tanto
diplomaticamente gestita che fece ottenere l'indipendenza da Trevi.
Il primo dicembre dell' anno 1423, papa Lartino V promosse la Bastia di San Giovanni a castello e
successivamente, il 25 maggio 1428, con la bolla "Licet ex iniuncto" lo sottrasse al dominio e alla giurisdizione
del distretto di Trevi e portato alla dignità di castello fu assoggettato alla Sede apostolica, cosa già accaduta
ai comuni di Colle del Marchese e Castel Ritaldi.
Dopo la disposizione papale le dispute e le vertenze che coinvolsero le due comunità seguirono per ulteriori due
anni e si conclusero con una nuova disposizione del papa che, in data 28 marzo 1430, con la bolla "sincere
devotionis " ordinò la definitiva separazione da trevi e l' immediata soggezione alla curia romana consentendo
una forma di autogestione controllata da ecclesiastici che venivano direttamente incaricati da Roma.
All'epoca, la questione politica assunse gran rilievo e i cronisti del tempo narrarono il fatto e fra essi,
certo ser Francesco da Trevi così lo descrive: "separoe papa Martino predicto la Bastia de Sancto Iohanni
de Trevi et fo chiamato castello sancto Iohanni. Et pe più de quattro anni prima sempre fue grande discordia tra
quilli de Trevi et quilli de sancto Iohanni".
Subito dopo la concessione dell' autogestione da parte del papa e l'ammissione a godere dei privilegi e delle
immunità che in queste circostanze la Sede apostolica concedeva, anche se non siamo in possesso delle carte di
privilegio e di franchigia che definivano i diritti e gli obblighi degli incastelati, gli abitanti del castello
procedettero rapidamente alla regolamentazione del loro sistema di vita tanto che giunsero il giorno 11 marzo
1431 a stabilire i confini comunali e il 18 settembre 1432 a promulgare gli Statuti di Castel San Giovanni.
Il primo governatore di Castel San Giovanni, dopo la concessione dell' indipendenza da Trevi, fu il cardinale
Antonio Correr detto il bolognese che, in data 18 settembre 1432, approvò il primo codice del Castello redatto da
sei membri della comunità e scritto dal notaio Giacomo di Cecco da Poggiodomo di Cascia.
Il corpo degli Statuti di C.s.G. è diviso in quattro libri: De redimine, De maleficiis, Causarum civilium,
Dampnorum datorum, per un totale di 158 rubriche. Nel 1444, mentre era governatore di C.s.S. e castellano della
rocca di Spoleto, Amoretto Coldumario, il di lui vicario, Nicola Rigutii da spello, rimise mano allo statuto
compilandone un indice secondo le varie rubriche dei quattro libri.
Nel 1463, mentre era governatore del Castello Bartolomeo Pieri Piccolomoni, fu dato incarico a sei statutari di
procedere alla stesura di venti rubriche che vennero poi trascritte nel libro degli statuti dal vicario ser
Ludovico di ser Andrea da Recanati, senza numerazione progressiva e senza titoli e che , con l' approvazione del
governatore Bartolomeo Pieri rilasciata il 2 settembre 1463, costituirono il quinto libro degli statuti con il
titolo De estraordinariis.
Nel frattempo i primi quattro libri degli statuti erano stati sottoposti al rettore del ducato di Spoleto Pietro
Lodovico Borgia, dal quale avevano ricevuto l'approvazione a chiusura in data 9 dicembre 1456, per cui se ne può
desumere che al momento dell' approvazione del Borgia furono lasciati in bianco i fogli sui quali successivamente
furono riportate le venti rubriche che costituiscono il quinto libro.
Dal materiale giuridico in essi contenuto, non semplice risulta dedurre lo spirito che animato la stesura degli
Statuti, resta comunque lecito pensare che gli estensori abbiano fortemente risentito dell' ormai generale
applicazione delle Costituzioni egiziane sull' intero territorio dello Stato Pontificio.
Incerta è la data delle origini di Castel San Giovanni, anche se è possibile fare qualche riferimento, collegato
con lo studio dell'ambiente, alla famosa "Lex spoletina", la legge romana della seconda metà del III sec. A.C.
rinvenuta in due cippi, uno nella chiesa di S. Quirico e l'altro in località Picriche, nella quale si fa mensione
che in queste località, e sotto Castel Ritaldi per giungere fino a sopra Mordicchia, esistevano più boschivi
querce dei quali era vietato il taglio, dedicati a Giove, luoghi quindi sacri per tradizione e che presuppongono
insediamenti abitativi.
Tuttora nella campagna tra Castel S. Giovanni e Picciche permangono numerosi esemplari di querce igrofile di
Farnia, una delle specie più grandiose di querce, che potrebbero avere un significato giustificativo per la legge
romana del III secolo a.C. e che consentono di immaginare insediamenti di comunità esistenti ben prima del secolo
XI a cui fanno i primi riferimenti i più antichi documenti conservati negli archivi di Trevi e Spoleto.
Questo importante insediamento all' interno del contado di Trevi, in località balìa della Porcaria e terziere del
piano, era inizialmente difeso da una palizzata circondata da un fossato o carbonara contenente acqua pressoché
stagnante alimentato dalle acque provenienti da una sorgente la "fonte del castello" situata a sud est della
struttura e da una serie di ramificazioni imbrifere che attingevano dall'Alviolo, più su, dalla "fiumicella", e
dove era proibito gettare sassi o far macerare canapa o lino.
La fertile zona rurale, sulla quale era insediata la popolazione di Castel San Giovanni, confinava con la
Normannia, una piccola provincia che comprendeva Castel Ritaldi, Colle del Marchese, Mordicchia, Castagnola,
Macciano e Giano, con il ducato di Spoleto che si spingeva fino alla villa di Berodi, poi divenuta Castello, e
con il territorio pedemontano di Montefalco ma, congiuntamente ai terzieri di Picciche e S. Lorenzo, è stata per
gran tempo appodiata e sotto la giurisdizione di Trevi seppure contesa, con fasi alterne, da Spoleto.
(Castel San Giovanni... dalle storie di Giancarlo)
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